Il regno della paura. In Marocco «siamo tutti in libertà provvisoria»

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Intervista al giornalista-accademico Omar Brouksy . L’allergia del re alle voci critiche, dopo l’arresto dell’amico e collega Mâati Monjib. «La pressione del regime di Mohammed VI è costante: immagina, un capo di stato con poteri assoluti che passa il suo tempo a pensare a come far tacere un giornalista…»

 

«È il re che ha un problema con la libertà di espressione e di informazione, non il Marocco». Omar Brouksy, giornalista, scrittore e professore di Scienze Politiche rifugiato a Parigi commenta così l’arresto del collega e amico Maâti Monjib, avvenuto a Rabat lo scorso 29 dicembre. «Siamo tutti in libertà vigilata e stavolta è toccato a lui», dice. Un arresto che era nell’aria. Monjib è un intellettuale che ha denunciato le contraddizioni del Paese e lo ha fatto valicando i confini nazionali con pubblicazioni in inglese e francese: «Per una potenza antidemocratica che non rispetta i diritti umani, il suo è un profilo che inquieta».

Anche lei in passato ha rischiato di essere arrestato?

Con Mâati Monjib siamo amici da più di 15 anni: lui collaborava con il Weekly Journal, rivista indipendente di cui io ero il redattore capo, e che è stata chiuso nel 2010 a causa di una lunga asfissia finanziaria guidata dal Palazzo e dall’entourage reale. Sono sempre stato e continuo a stare sotto la pressione del regime di Mohammed VI, ma le pressioni erano maggiori quando ero giornalista dell’Agence France Presse: il re aveva deciso di non concedermi la tessera stampa per impedirmi di lavorare nel mio paese. Immagina: un capo di stato con potere assoluto che passa il suo tempo a pensare a come mettere a tacere un giornalista… Ovviamente l’obiettivo del palazzo era quello di spingermi a lasciare il Marocco, come con i colleghi Aboubakr Jamai e Ali Lmrabet. Nel 2013, l’ambasciatore marocchino a Parigi, Chakib Benmoussa, ha chiesto esplicitamente a Emmanuel Hoog, allora CEO di AFP, di trasferirmi. Ma quest’ultimo ha gentilmente risposto che ero un giornalista a tutti gli effetti presso l’AFP, ufficio di Rabat. Continuo a essere ripetutamente insultato e diffamato dalla stampa vicina al regime e dalla sua polizia politica a causa dei miei articoli pubblicati dal sito di informazione e analisi orientxxi.info.

Perché Monjib è stato arrestato? Con quali accuse?

Il suo è un arresto che mi ha ha scioccato e rattristato, ma non sorpreso. Non dobbiamo dimenticare che da anni viene molestato dalla giustizia marocchina. è accusato di «mettere in pericolo la sicurezza interna dello Stato» in un processo che dura dal 2015 e ogni volta viene rinviato perché i giudici non hanno nulla su di lui. Quindi l’arresto avvenuto per motivi assurdi, riciclaggio di denaro sporco, che sembrava inimmaginabile data la statura di Monjib, è il risultato di questa campagna contro un intellettuale noto e onesto.

Perché Monjiib è considerato una voce scomoda?

Mâati Monjib parla correntemente arabo, inglese e francese, scrive articoli di approfondimento, articoli accademici e giornalistici in uno stile chiaro e fluido, le sue idee sono coerenti e ben argomentate. Non è un estremista ma critica aspetti sensibili, l’abuso di potere, la mancanza di democrazia, le ingiustizie sociali, le disuguaglianze, gli abusi della polizia politica… Inoltre, Mâati è credibile agli occhi delle organizzazioni internazionali, dei media e delle ong. Ha partecipato alla formazione di diversi giornalisti e attivisti per i diritti umani. .

Molti dissidenti sono stati arrestati con accuse a sfondo sessuale, un caso o uno strumento del Regno?

In politica, e ancor di più in un regime quasi dittatoriale, non c’è incidente, tutto è calcolato e tutti i mezzi sono buoni per indebolire le voci dissonanti. Dal marzo 2020 il Marocco è in lockdown. Politicamente, è un vantaggio per un regime come il regime marocchino: nessuna manifestazione pacifica è tollerata a causa della pandemia, nessuna forma di protesta a sostegno dei giornalisti democratici arrestati da una giustizia tutt’altro che indipendente. Per Mâati Monjib, come lui stesso ha detto, il regime ha deciso di fermarlo dopo non aver trovato nulla di cui rimproverarlo in termini di morale e vita privata. Hanno quindi trovato questo pretesto del «riciclaggio», che in genere dovrebbe riguardare denaro la cui origine è sporca: traffico di droga, prostituzione o reti di sfruttamento.

Perché il re ha questo problema, cosa teme del la libertà di espressione e informazione?

Per capirlo basta guardare al suo status e ai suoi poteri assoluti. Il re è considerato il comandante dei credenti, uno statuto che lo presenta come il rappresentante di dio sulla terra. È anche un capo di stato con poteri quasi illimitati. È anche un uomo d’affari di successo e un leader militare. Criticare in modo indipendente e convincente un tale personaggio equivale a mettere in discussione tutti questi status e poteri che vengono utilizzati per impressionare il marocchino medio e creare in lui un sentimento di paura permanente, una paura quasi istituzionalizzata.

Le potenze occidentali però sembrano non accorgersene, quali sono gli interessi che impediscono la denuncia e la condanna internazionale di questi soprusi?

Siamo specifici. Il paese che più incarna questa malsana connivenza con regimi autoritari e dittature è senza dubbio la Francia. Parigi non ha ancora pianto il suo passato coloniale. I governi francesi percepiscono ancora gli abitanti dei paesi del Nord Africa come indigeni e non come cittadini che aspirano anche a un’effettiva democratizzazione delle loro istituzioni. Ricorda la frase di Jacques Chirac: «La democrazia per i paesi africani è un lusso». E il presidente Sarkozy con il suo «l’uomo africano non ha fatto abbastanza la storia». L’ultimo atto che fa vergognare la Francia e i valori che afferma di difendere è il benvenuto in pompa magna di Macron al dittatore egiziano Al-Sisi. La complicità tra la Francia e la monarchia marocchina è più profonda e subdola poiché esiste una connivenza finanziaria, politica e persino culturale tra l’élite francese a destra e a sinistra e il palazzo reale. Dallo scoppio della repressione del movimento Hirak nel Rif marocchino, nessun politico francese ha avuto il coraggio di commentare l’arresto di pacifici cittadini, con condanne fino a 20 anni di reclusione.

Prima di essere arrestato Monjiib aveva partecipato a una manifestazione contro la normalizzazione dei rapporti con Israele: la goccia che ha fatto traboccare il vaso?

Non credo. Mâati era da anni nel mirino delle autorità. L’atmosfera della pandemia e le sue recenti critiche alla stretta sempre più forte della polizia politica e del suo leader, Abdellatif Hammouchi, sulla vita politica e la sicurezza, sono state le gocce che hanno fatto traboccare un vaso già pieno. Va detto che negli ultimi anni Hammouchi, già interrogato dalla giustizia francese per «complicità in tortura», è diventato un personaggio sacro come il re, un intoccabile, e la sua influenza sulle decisioni politiche al più alto livello ha guadagnato molto slancio.

L’eterogeneità della società marocchina rischia di rimanere senza voce?

È già senza parole. Dopo la chiusura del Weekly Journal, non ci sono più giornali indipendenti. La grande diversità quantitativa (oltre 4 mila siti) non si traduce in diversità editoriale. Articoli e gestione delle notizie sono sorprendentemente simili, come se fossero scritti dalla stessa persona.

Che futuro per il Marocco?

Solo Dio, se esiste, lo sa. Siamo tutti in libertà provvisoria.

 

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